Eruzione del 1910

Viene qui riportato il secondo capitolo tratto dal libro “Eruzione dell’Etna – 23 Marzo 1910″ di Angelo Pietro Lello

Mi reco a dovere d’informare direttamente Vostra Eminenza Reverendissima di quanto è accaduto e sta accadendo tuttora in alcune contrade di questa Diocesi per la improvvisa e violenta eruzione dell’Etna. Non ho avuto agio di farlo prima sia per le funzioni della Settimana Santa e sia per i disturbi che ha cagionato il nuovo flagello mandato da Dio in queste travagliate popolazioni“.

Così iniza la lettera che il Vicario di Belpasso, Giuseppe Grassi, inviava in data 31 marzo al Vescovo di Catania, mons. Giuseppe Francica Nava redigendo così una cronaca un po’ differita dell’eruzione del 1910 che iniziò il 23 marzo alle ore 08.15 circa, tra la base del Cratere Centrale e la Montagnola, minacciando gli abitati di San Leo, di Borrello, di Belpasso e anche di Nicolosi; cominciarono a formarsi numerose fratture, per la maggior parte rettilinee e circa parallele tra loro, alcune curve e con diverse direzioni, tali da rendere la zona del Piano del Lago “un enorme scacchiere di blocchi irregolari” (Giuseppe Platania); da queste fratture usciva unicamente del vapore acqueo. Il sacerdote cantore Ragonese da Nicolosi inviava in giornata al Cardinal Nava il seguente telegramma: “Avvenuta eruzione – Lava accanto Montagnola – Sino momento nessuna scossa terremoto – Paese tranquillo“.

Ma con il propagarsi del fenomento verso valle, a occidente della Montagnola, da 2300 a 1900 metri di quota si aprì una frattura eruttiva lunga circa due chilometri, con una larghezza massima di circa 50 metri nella sua parte mediana, insieme con altre fratture grosso modo parallele a quella principale ed altre convergenti. All’Osservatorio Etneo furuno rilevate violente scosse che rovesciarono dei mobili ma che non vennero percepite dalla popolazione etnea. La lava fu emessa da diversi punti della frattura eruttiva, man mano che essa si propagava verso il basso; in seguito i fenomeni effusivi si localizzarono nella parte più bassa della frattura stessa menre i fenomeni esplosivi caratterizzarono le zone più ale della frattura.

La eruzione cominciò la notte fra il martedì e mercoledì santo e ne ebbi notizia per telegrafo da Nicolosi.“, scrive il Grassi “Però mi si assicurava che non presentava alcun pericolo. Ma il domani sera le cose presentarono un aspetto grave per la velocità con cui si avanzava la copiosa lava uscente dalle bocche eruttive, sicchè il Giovedì Santo terminate le funzioni mi affrettai a recermi nei comuni vicini all’eruzione per sollevare gli animi scoraggiati per la perdita dei poderi e del pericolo a cui sono esposte quelle abitazioni“.

In effetti sembrò agli inizi che la cosa dovesse essere di poca entità e di poca importanza, ma in breve le notizie divennero gravi. Infatti il Vicario Grassi il 24 marzo inviava al Cardinale questo telegramma: “Eruzione Etna molti danni bosco – Direzione Belpasso – Popolazione scoraggiatissima” e il giorno dopo, il 25: “Attività eruzione sempre continua – Aumento direzione levante – Pericolo imminente nessuno“. Il Cardinale credette opportuno, terminate le funzioni in Duomo di recarsi immediatamente nei comuni minacciati dalla rapida avanzata della lava. Ebbe a sua disposizione un’automobile dal Barone di Serravalle e, in meno di un’ora, accompagnato dal suo segretario, dal canonico Alfio Iatrini e dallo stesso Barone fu a Belpasso “e scese nella Chiesa Madre dove trovò il popolo radunato nella cappella del SS. Sepolcro in atto supplichevole ed immediatamente preoccupato dalle minacce sempre crescenti del torrente igneo che si avvicinava“. La popolazione belpassese era sconvolta e davanti al proprio pastore non nascose l’ansia e le lacrime.

Il Cardinale li esortò e li incoraggiò a sperare nella Misericordia di Dio e nell’aiuto dei Santi protettori. Anche la mentalità pastorale del tempo attribuiva la calamità allo sdegno di Dio per cui l’Arcivescovo Nava esortò i belpassesi a combattere il peccato e specialmente la bestemmia, ad accostarsi ai sacramenti e la Precetto Pasquale, così come per il Vicario Grassi l’eruzione era un “castigo di Dio“.

Subito dopo il Cardinal Nava si recò nella Chiesa della Madonna della Guardia nel quartiere di Borrello e lì ripeté le medesime esortazioni che aveva appena fatto nella Chiesa Madre, trattenendosi poi a lungo nella canonica col clero di Belpasso per informarsi del cammino della lava, dei danni sofferti dal popolo e del pericolo più o meno probabile che correva l’abitato. Raccomandò, inoltre al Vicario Grasi di tenerlo continuamente informato dell’evolversi della situazione. La visita del pastore aveva sortito per lo meno l’effetto di una consolazione per i cuori angosciati dei belpassesi.

Il Venerdì Santo 25 marzo, dopo le funzioni in Cattedrale, il Cardinale si recò a Nicolosi, dove apprese con piacere che almeno quel paese non correva per il momento alcun pericolo. Nella casa del cantore Don Ragonesi si incontrò con il Prefetto della Provincia, con il Sindaco di Catania, diversi funzionari ed altre persone accorse ad osservare il fenomeno e con essi si trattenne a parlare dei danni che l’eruzione aveva già fatto e dei pericoli sempre crescenti per le campagne coltivate e per gli abitanti. Inoltre per la seconda volta l’Arcivescovo ritornò a Borrello e a Belpasso per accettarsi che il temuto pericolo per le abitazioni fosse ancora lontano. In realtà le notizie non erano affatto confortanti: la lava camminava rapidamente. Se il Cantore Ragonesi poteva inviare al Cardinale un telegramma di questo tenore il 26 marzo: “Speciale protenzione santo Patrono – Corso lava diminuita intensità – Speriamo fermarsi“, il canonico Francesco Motta confermava: “Stamani un pò di calma – Corso lavico rallentato“, il Vicario laconicamente riferiva: “Corrente lava levante come ieri“, ovvero: la lava corre e non conosce ostacoli!

L’Arcivescovo di Catania ritenne opportuno invitare tutto il popolo ad implorare l’aiuto divino e prepararsi all’eventuale bisogno di accorrere al soccorso delle popolazioni etnee con una notifica affissa il Sabato Santo alle porte delle Chiese [...]

Il giornale cattolico L’Azione aprì la sottoscrizione con l’offerta del Cardinale di L.500. Tra le offerte pervenute per le popolazioni colpite ricordiamo in particolare quella dell’Arcivescovo di Messina, la cui città era stata sconvolta dalla catastrofe del terremoto del 1908, e le offerte dei Vescovi di Patti e di Noto, nonché da gente comune e da nobili facoltosi.

Il Sabato Santo, il 26 marzo, i telegrammi inviati al Cardinale dal Vicario di Belpasso, dal Canonico Francesco Motta e dal Cantore Ragonese da Nicolosi, riportavano tutti che il corso della lava era rallentato, ma il giorno di Pasqua, il 27 il Vicario di Belpasso scriveva: “Eruzione con effusioni – Continuano pellegrinaggi – popolazione scoraggiata – Nessun lavoro“. E il telegramma del giorno dopo rincarava la dose: “Lava procede lentissima devastando ancora campagna – Scoraggiamento generale – Causa sospensione ogni lavoro aumenta indigenza classe lavoratrice“.

La lettera inviata dal sacerdote al Card. Nava riporta queste notizie:”Come avrà letto nei giornali, la lava non è cessata di avanzarsi spaventosamente. Ho già indetto preghiere e pellegrinaggi che si stanno praticando con devozione e commozione. Son tornato altre volte nei luoghi minacciati ed ho costatato di presenza quanti danni abbiano prodotto le immani correnti nelle campagne ubertose riducendo sul lastrico delle famiglie e facendo temere da un momento all’altro la devastazione dei Comuni, dai quali la corrente di lava adesso Dio voglia distante appena qualche chilometro. Comprende bene Vostra Eccellenza quanta trepidazione si abbia per la sorte di questi sventurati: se la lava si avvicina maggiormente alle abitazioni si sarà costretti allo sgombro e bisogna dar ricetto e vitto a più di diecimila abitanti: si ha bisogno di conforto in questa grave afflizione e la benedizione del S. Padre solleverà certamente gli animi abbattuti di questi terrazzani attaccati alla nostra cattolica religione. Tale benedizione mi propongo di comunicarlo al popolo nel caso che si sarà costretto a secondare il suo desiderio di portare innanzi alla lava con viva fiducia di farne arrestare il cammino con il taumaturgico Velo di Sant’Agata.

Dal telegramma del Vicario Grassi apprendiamo che il 29 marzo: “Fuoco attivo filoni San Leo Monte Nocilla – Meno attivo filone Fra Diavolo“. E da Camporotondo il sacerdote Distefano confermava il 30 marzo:”Popolazione costernatissima – Notizie allarmantissime – Desiderosi conforto – Consiglio portare Taumaturgo Sant’Antonio fuoco assieme Santi Belpasso“. Da Adrano è disponibile già dal 31 marzo, una sorta di squadra antesignana della protezione civile: l’Unione Professionale Democr. Cristiana con il suo presidente, Don Vincenzo Bascetta, (una bella figura di sacerdote che fu promotore di una lunga e feconda attività sociale ad Adrano e in Diocesi, subendo per questo aggressioni e minacce durante il ventennio fascista) “ha costituito una squadra di soccorso pronta ad accorrere sui luoghi minacciati e portarvi il suo aiuto“.

Dall’Osservatorio di Catania, intanto, era salito sull’Etna anche il suo direttore, il professore Annibale Riccò. La rivista L’illustrazione Italiana riporta che “fu perfino investito e travolto, con pericolo di vita, da una corrente di cenere e di lava“. Non fu l’unico: il giornale La Tribuna Illustrata del 10 aprile 1910 riporta questa gustosa informazione: “Questi soldati coraggiosi (cioè i giornalisti e i fotografi) e spesso temerari del potente esercito della Stampa, per compiere il loro dovere di informatori precisi non indietreggiano di fronte ad ostacoli e pericoli e pochi dì fa il corrispondente della Tribuna, Nardini e quello del Secolo, Lucatelli, insieme con un professore vulcanologo e giornalista inglese, hanno voluto accostarsi al cratere di Monte Castellazzo e vi pernottarono; non corsero gravi pericoli, ma causa i gas delle lave incandescenti ebbero momenti di soffocazione, e specialmente furono mezzi acceccati per l’infiammazione degli occhi. La nostra ultima pagina illustra questo atto audace dei tre giornalisti“. Ma mentre la popolazione era in apprensione e pregava, mentre gli studiosi indagavano sull’ennesima eruzione, mentre “i giornali dedicavano colonne e colonne alla scene commoventi di terrore e di desolazione in mezzo a quelle popolazioni fataliste e fidenti, nate e cresciute su una montagna che nella pertinacia e nella potenza eruttiva non ha rivali al mondo“, c’erano anche “frotte di turisti che si riversavano a migliaia a Catania, nella valle del Bove, su per il monte grandioso a godere di uno spettacolo sempre meraviglioso e straordinario, sebbene per la scienza sia un fenomeno abituale…e salutare!” e c’era anche chi, come le “miss” inglesi, erano annoiate perché non avevano incontrati i briganti con il cappellaccio in testa e il fucile!

Intanto a Belpasso il Vicario Grassi portava a conoscenza del Vescovo che il Pellegrinaggio era riuscito bene e con ordine, con “fede viva“, secondo le disposizioni del Cardinale che lo voleva guidato dai sacerdoti e con la recita del Santo Rosario. Le notizie si accavallavano: se il giorno prima la lava era meno intensa, l’indomani, il primo aprile, il decano Alfio Signorelli scrive all’Arcivescovo che “lava avvicinarsi sempre disgraziato paese – tutti piangiamo“. Sia i giornali nazionali che internazionali riferirono la tragedia incombente su Belpasso: La Domenica del Corriere, La Tribuna Illustrata etc… Il Cardinale Nava ritornò sui luoghi minacciati il sabato 2 aprile, di mattina, spinto dalle gravi notizie che si erano avute la notte precedente. Il Santo Padre Pio X tramite il suo segretario, il grande Merry dèl Val, inviò il 3 aprile al Cardinal Nava il telegramma: “Santo Padre Pio X vivamente addolorato descrizione eruzione vulcanica. Implora spècial protezione e conforto Divina Misericordia sopra desolate popolazioni cui paterna e sollecita visita e assistenza dell’Eminenza Vostra efficacemente consolano e cui Santità Sua nella presente tristissima contingenza con particolare affetto benedice“. Poi, come Dio volle, con l’intercessione della Madonna della Guardia, protettrice del Quartiere di Borrello e dei Santi di Belpasso, la lava diminuì il suo flusso, tanto che il 7 aprile il Vicario di Belpasso inviò al Cardinal Nava il telegramma: “Filone Fra Diavolo fermatosi accanto casina Amato Aloisio – Filone Nocilla corre verso Piano Lisi“. L’attività vulcanica andò diminuendo gradatamente col trascorrere dei giorni, anche se vi fu un improvviso incremento il 9 aprile. Nei giorni 12 e 13 si verificò una notevole attività al Cratere Centrale, che provocò una abbondante ricaduta di cenere di colore grigio chiaro sui paesi di Mangano, Giarre, Mascali e Fiumefreddo. I vulcanologi rilevano che dalla frattura eruttiva si verificò un aumento della fuoriuscita di blocchi di lave vecchi e di quarzareniti; quindi l’eruzione fini: essa si fermò a quota 700 metri circa, nei pressi della strada che da Borrello conduce a Nicolosi. La colata lavica principale, per la quale fu misurata alle bocche una velocità iniziale di 5 metri al secondo, nelle prime 24 ore aveva percorso una distanza di 9 chilometri; al fronte essa avanzava alla velocità di circa 30 metri all’ora, con un’altezza media di 7 metri e una larghezza di 500 metri.

Belpasso poteva tirare un respiro di sollievo e piangere di gioia ringraziando Dio e la Vergine SS.ma con tutti i santi: Dio affligge ma non abbandona!

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